sabato 5 marzo 2016

La Germania dalla prima guerra mondiale alla crisi del 1929. La repubblica di Weimar

Nella lezione del 3 marzo in VB AFM abbiamo parlato della situazione politica e sociale in Germania dopo la conclusione della I guerra mondiale. Grazie alla collaborazione di uno studente, che ha svolto un'accurata ricerca iconografica, possiamo ora pubblicare una scheda riassuntiva della lezione.



RILEGGENDO IN CLASSE IL TESTO ABBIAMO TROVATO DUE REFUSI NELLE PAGINE ALLEGATE
1. La nascita della repubblica data 9 novembre 1918 (e non 1919). L'armistizio tra Germania e alleati fu siglato l'11 novembre 1918 (non 1919), in un vagone ferroviario nei boschi di Compiègne, località della Piccardia. Fu l'atto che segnò la fine dei combattimenti della Prima guerra mondiale. Qui in basso è allegata la prima pagina del New York Times dell'11 novembre 1918 e la foto dei delegati alleati, vicino al vagone dove fu firmato l'armistizio che pose fine alla guerra.

NYTimes-Page1-11-11-1918.jpg 



2. Gustav Stresemann (1878-1929)non fu il leader del partito socialdemocratico, ma dei liberal-nazionali. D'altro canto era figlio di un piccolo imprenditore (produttore di birra) e in gioventù fu uno degli esponenti delle organizzazioni imprenditoriali  Fu cancelliere e ministro degli Esteri dal 1923 al 1928, Grazie alla sua azione, la Germania fu riammessa nella Società delle Nazioni e ottenne delle agevolazioni nel pagamento delle riparazioni di guerra. Ciò gli valse nel 1926 il premio Nobel della pace. La sua morte, nel 1929, contribuì ad accentuare la crisi della repubblica di Weimar in concomitanza con la crisi economica che dopo il crollo di Wall street colpì la Germania.

Bundesarchiv Bild 146-1989-040-27, Gustav Stresemann.jpg
Gustav Stresemann


Questi avvenimenti decisivi li abbiamo ripassati in classe guardando la puntata della trasmissione RAI  Il Tempo e la Storia dedicata alla repubblica di Weimar, commentata dallo storico prof. Lucio Villari

http://www.raistoria.rai.it/articoli/la-repubblica-di-weimar/24363/default.aspx





giovedì 10 dicembre 2015

UNA MEMORABILE LEZIONE DI CITTADINANZA E COSTITUZIONE

Questo che riproduciamo è il Discorso sulla Costituzione che Piero Calamandrei tenne all'Umanitaria di Milano il 26 gennaio 1955.


" L’art. 34 dice: «I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi». Eh! E se non hanno mezzi?
Allora nella nostra costituzione c’è un articolo che è il più importante di tutta la costituzione, il più impegnativo per noi che siamo al declinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi. Dice così:
«E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
È compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana: quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare la scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo.
Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell'art. primo – «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro» – corrisponderà alla realtà.
Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto un’uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la società.
E allora voi capite da questo che la nostra costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di un lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinanzi!

È stato detto giustamente che le costituzioni sono delle polemiche, che negli articoli delle costituzioni c’è sempre, anche se dissimulata dalla formulazione fredda delle disposizioni, una polemica. Questa polemica, di solito, è una polemica contro il passato, contro il passato recente, contro il regime caduto da cui è venuto fuori il nuovo regime.

Se voi leggete la parte della costituzione che si riferisce ai rapporti civili e politici, ai diritti di libertà, voi sentirete continuamente la polemica contro quella che era la situazione prima della Repubblica, quando tutte queste libertà, che oggi sono elencate e riaffermate solennemente, erano sistematicamente disconosciute. Quindi, polemica nella parte dei diritti dell’uomo e del cittadino contro il passato.

Ma c’è una parte della nostra costituzione che è una polemica contro il presente, contro la società presente. Perché quando l’art. 3 vi dice: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana» riconosce con questo che questi ostacoli oggi vi sono di fatto e che bisogna rimuoverli.

Dà un giudizio, la costituzione, un giudizio polemico, un giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani.

Ma non è una costituzione immobile che abbia fissato un punto fermo, è una costituzione che apre le vie verso l’avvenire. Non voglio dire rivoluzionaria, perché per rivoluzione nel linguaggio comune s’intende qualche cosa che sovverte violentemente, ma è una costituzione rinnovatrice, progressiva, che mira alla trasformazione di questa società in cui può accadere che, anche quando ci sono, le libertà giuridiche e politiche siano rese inutili dalle disuguaglianze economiche e dalla impossibilità per molti cittadini di essere persone e di accorgersi che dentro di loro c’è una fiamma spirituale che, se fosse sviluppata in un regime di perequazione economica, potrebbe anch'essa contribuire al progresso della società. Quindi, polemica contro il presente in cui viviamo e impegno di fare quanto è in noi per trasformare questa situazione presente.

Però, vedete, la costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla costituzione è l’indifferenza alla politica, l’indifferentismo politico che è – non qui, per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghe categorie di giovani – una malattia dei giovani.

«La politica è una brutta cosa», «che me ne importa della politica»: quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina, che qualcheduno di voi conoscerà, di quei due emigranti, due contadini, che traversavano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime e il piroscafo oscillava. E allora questo contadino impaurito domanda a un marinaio: «Ma siamo in pericolo?», e questo dice: «Se continua questo mare, il bastimento tra mezz'ora affonda». Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno e dice: «Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare, tra mezz’ora il bastimento affonda!». Quello dice: «Che me ne importa, non è mica mio!». Questo è l’indifferentismo alla politica.

È così bello, è così comodo: la libertà c’è. Si vive in regime di libertà, c’è altre cose da fare che interessarsi di politica. E lo so anch'io! Il mondo è così bello, ci sono tante belle cose da vedere, da godere, oltre che occuparsi di politica. La politica non è una piacevole cosa.

Però la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent'anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai, e vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica.

La costituzione, vedete, è l’affermazione scritta in questi articoli, che dal punto di vista letterario non sono belli, ma è l’affermazione solenne della solidarietà sociale, della solidarietà umana, della sorte comune, che se va a fondo, va a fondo per tutti questo bastimento. È la carta della propria libertà, la carta per ciascuno di noi della propria dignità d’uomo.

Io mi ricordo le prime elezioni dopo la caduta del fascismo, il 2 giugno 1946: questo popolo che da 25 anni non aveva goduto le libertà civili e politiche, la prima volta che andò a votare dopo un periodo di orrori – il caos, la guerra civile, le lotte, le guerre, gli incendi. Ricordo – io ero a Firenze, lo stesso è capitato qui – queste file di gente disciplinata davanti alle sezioni, disciplinata e lieta perché avevano la sensazione di aver ritrovato la propria dignità, questo dare il voto, questo portare la propria opinione per contribuire a creare questa opinione della comunità, questo essere padroni di noi, del proprio paese, del nostro paese, della nostra patria, della nostra terra, disporre noi delle nostre sorti, delle sorti del nostro paese.

Quindi, voi giovani alla costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendersi conto – questa è una delle gioie della vita – rendersi conto che ognuno di noi nel mondo non è solo, che siamo in più, che siamo parte di un tutto, nei limiti dell’Italia e nel mondo.

Ora, vedete – io ho poco altro da dirvi –, in questa costituzione, di cui sentirete fare il commento nelle prossime conferenze, c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato. Tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie son tutti sfociati in questi articoli. E a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane.

Quando io leggo, nell'art. 2, «l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale», o quando leggo, nell'art. 11, «l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli», la patria italiana in mezzo alle altre patrie, dico: ma questo è Mazzini, questa è la voce di Mazzini;
o quando io leggo, nell'art. 8, «tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge», ma questo è Cavour;
o quando io leggo, nell'art. 5, «la Repubblica una e indivisibile riconosce e promuove le autonomie locali», ma questo è Cattaneo;
o quando, nell'art. 52, io leggo, a proposito delle forze armate, «l’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica», esercito di popolo, ma questo è Garibaldi;
e quando leggo, all'art. 27, «non è ammessa la pena di morte», ma questo, o studenti milanesi, è Beccaria. Grandi voci lontane, grandi nomi lontani.

Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti.
Quanto sangue e quanto dolore per arrivare a questa costituzione!
Dietro a ogni articolo di questa costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta.

Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti.

Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra costituzione.

Piero Calamandrei



Piero Calamandrei (Firenze, 21 aprile 1889 - 27 settembre 1956) fu avvocato, giurista, uomo politico e scrittore.
Interventista, partecipò alla Prima guerra mondiale come ufficiale P, addetto alla propaganda, assistenza e vigilanza delle truppe. Nel dopoguerra fu vicino alle posizioni di Giovanni Amendola, Gaetano Salvemini e Carlo Rosselli. Collaborò al "Circolo di cultura" di Firenze, devastato dai fascisti il 31 dicembre 1924; fu un dirigente dell’Unione nazionale di Giovanni Amendola. Dopo il delitto Matteotti aderì alla società "Italia libera" e fu vicino al gruppo antifascista "Non mollare!". Nel 1925 sottoscrisse il Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce.
Avvocato affermato e professore ordinario di Procedura civile all'università di Firenze, al consolidarsi del regime Calamandrei si ritirò negli studi e nella professione, senza mai nascondere la propria ostilità nei confronti del fascismo e soprattutto del nazismo. Tuttavia, convinto dal ministro Dino Grandi, partecipò alla stesura del Codice di procedura civile che vide la luce nel 1942.
Ne 1942 fu tra i fondatori del Partito d’Azione. Il 26 luglio 1943 fu nominato Rettore dell'Università di Firenze e dopo l'8 settembre fu colpito da mandato di cattura. Rimase nascosto fino alla liberazione di Firenze, nell’estate del 1944, quando poté riprendere il suo mandato dal settembre 1944 fino all'ottobre 1947.
Dopo la Liberazione Calamandrei fu membro per il Partito d’Azione della Consulta Nazionale, della Assemblea Costituente, della Commissione dei Settantacinque incaricata di redigere il testo della Costituzione della Repubblica. Nel 1948 fu eletto deputato nelle liste di Unità socialista, poi confluì nel Partito socialdemocratico. Nel 1953 si pose all'opposizione dei governi centristi e contrastò il patto Atlantico e la “legge truffa”, dando vita con Ferruccio Parri, Arturo Jemolo e altri al raggruppamento Unità popolare.
Nel 1945 fondò, e diresse fino alla morte,"Il Ponte", che fu una delle riviste più vivaci e autorevoli del dopoguerra; diede così voce a molti di quegli esponenti di "terza forza" – laici, repubblicani, liberali, radicali, socialisti – che erano rimasti orfani del Partito d’Azione. "Il Ponte" fu lo strumento più incisivo della sua battaglia civile per la difesa della Repubblica e l’attuazione della Costituzione.

Il testo di Piero Calamandrei è tratto dal cd rom Il Ponte di Piero Calamandrei, allegato al volume omonimo curato da Marcello Rossi, Il Ponte Editore, Firenze 2005.






venerdì 4 dicembre 2015

Economia Aziendale Classe 1 AFM Corso serale IL CALCOLO PERCENTUALE

ECONOMIA AZIENDALE



CALCOLO PERCENTUALE





CLASSE 1^ A

Amministrazione Finanza  Marketing







LE PERCENTUALI


Nelle operazioni commerciali e finanziarie vengono utilizzate grandezze espresse in termini percentuali


Una PERCENTUALE indica quante unità di una certa grandezza corrispondono a 100 unità di un’altra grandezza.


La percentuale viene espressa con un numero e con un simbolo, che si scrive:
% e si legge “per cento”



Esempio:

I negozi di abbigliamento, a fine stagione, vendono i capi in rimanenza applicando   uno SCONTO sul prezzo di listino.

Se lo sconto praticato dal negoziante è del 15 per cento ( 15% ) vuol dire che per ogni 100 € di prezzo si ottiene una RIDUZIONE di 15 €   



CALCOLI PERCENTUALI

Si definiscono CALCOLI PERCENTUALI le operazioni con le quali si determinano le grandezze con riferimento a 100.

I calcoli percentuali si eseguono impostando e risolvendo una proporzione.

Se indichiamo con:

S = somma su cui si applica la percentuale

P = valore percentuale totale ( o percento )

r = tasso o aliquota percentuale

otteniamo la seguente proporzione:

100 : r = S : P

Dalla quale, conoscendo due dei tre termini ( r, S, P ), si può determinare quello incognito.

IN EVIDENZA:
Poni uguale a 100 il componente di riferimento della percentuale
Se la percentuale è del peso lordo                       100 è peso lordo
PROBLEMI DIRETTI

Nei problemi diretti di calcolo percentuale si conoscono:
·        S (somma sulla quale si applica la percentuale)
·        r ( aliquota o tasso)

l’incognita o importo da determinare è l’importo percentuale complessivo ( P )


ESEMPIO

Una partita di merce contenuta in una cassa di legno ha un peso lordo di kg. 50; sapendo che la tara ( cassa di legno ) corrisponde al 3% del peso lordo, determina il peso della tara

Dati del problema:


S = 50

r = 3% del peso lordo

P = x

Sostituendo questi valori nella proporzione fondamentale:

100 : r = S : P

Abbiamo:
peso lordo : tara = peso lordo : tara
                                      100         :    3   =          50      :    x    
                                     
x = 3 . 50/100 = kg. 1,5 peso della tara
  
PROBLEMI INVERSI
Nei problemi inversi di calcolo percentuale si conoscono:
·        P ( l’importo percentuale complessivo)
·        Uno solo degli altri due termini ( S o r )

Se si conosce P e S (somma su cui calcolare la percentuale) l’incognita è r
Se si conosce P e r (tasso) l’incognita è S

ESEMPIO
Un rappresentante riceve mensilmente una provvigione dell’8% sulle vendite concluse. Sapendo che gli spetta una provvigione di € 2.800, determina l’importo delle vendite nel mese di novembre.

Dati del problema:
r = 8
P = 2.800
S = x
Sostituendo questi valori nella proporzione fondamentale:
100 : r = S : P
Abbiamo:
vendite : provvigione = vendite : provvigione
                                100  :           8         =      x     :         2.800
                            
                              x = 100 . 2.800/8 = € 35.000 importo delle vendite  


ESEMPIO
Durante un periodo di stagionatura in magazzino, una forma di parmigiano, il cui peso originario è di kg. 60, subisce un calo di kg. 1,8. Determina la percentuale di calo rispetto al peso originario.

Dati del problema:

S = 60
P = 1,8
r = x

sostituendo questi valori nella proporzione fondamentale:
100 : r = S : P

Abbiamo:
peso originario :   calo   =   peso originario  :   calo
                                 100          :     x     =             60             :    1,8

                            X = 100 . 1,8/60 = 3% tasso percentuale di calo







VERIFICA IL TUO APPRENDIMENTO
Leggi e risolvi i seguenti problemi inserendo i termini mancanti.

1)    Un commerciante acquista una merce per € 640, sostenendo spese di trasporto pari al 5% del costo d’acquisto della merce. Determina l’importo della spesa di trasporto.
Dati del problema:
S = 640
r = 5
P = x
Costo d’acquisto : costo trasporto = costo d’acquisto : costo trasporto
            100          :            r             =             S             :            P
                            :                           =                            :
x =                                  = € 32 spesa di trasporto

2)    Nella classe 1^ A di un Istituto Tecnico Commerciale, il 35% degli alunni, corrispondente a 7 alunni, possiede un motorino. Determina il numero totale degli alunni della 1^ A.
Dati del problema:
r = 35
P = 7
S = x
Alunni totali : alunni con motorino = alunni totali : alunni con motorino
        100       :                  r               =           S        :               P
                     :                                  =                      :
x =                               = 20 alunni
3)    Nello stadio dove si svolge la finale di un torneo di calcio sono presenti 42.400 spettatori, di cui 6.360 sono titolari di un abbonamento. Determina la percentuale di abbonamenti rispetto al totale degli spettatori presenti.
Dati del problema:
S = 42.400
P = 6.360
r = x
spettatori totali : abbonamenti = spettatori totali : abbonamenti
          100         :           r           =                S        :          P
                         :                       =                           :
x =                                   = 15% tasso percentuale di abbonamenti

4)    Un automobilista paga in ritardo una multa subendo una penale di € 6, pari al 15% della somma dovuta. Determina l’importo della multa.
Dati del problema:
P = 6
r = 15
S = x
Multa : penale = multa : penale
    100 :    r      =     S    :     P
           :           =            :
x =                                 = € 40 importo della multa








Economia Aziendale classi VAP-VBP Appunti, 1 Bilancio con dati a scelta











giovedì 3 dicembre 2015

Il fronte italiano nella I guerra mondiale

Il fronte italiano nella I guerra mondiale

Proponiamo una carta nella quale è raffigurato l'ampio fronte di guerra nel corso del conflitto. La carta sintetizza i momenti essenziali del lungo conflitto tra Italia e Austria tra 1915 e 1918.

Bisogna prestare particolare attenzione alla legenda in alto a destra, che ci consente di seguire gli spostamenti dei confini, fino alla disfatta di Caporetto (24 ottobre 1917) e alla tragica rotta dell'esercito italiano che ne seguì (dicembre 1917).

Segue una scarna cronologia delle principali fasi della guerra, che può facilitare la comprensione delle complesse vicende belliche del periodo 1915-18.





1915 
- L'Italia schiera circa  un milione di uomini tra Friuli e Veneto    (giugno 1915)

La prime quattro battaglie (le c.d. spallate) dell'Isonzo (23 giugno-7 luglio; 18 luglio-4 agosto; 18 ottobre-4 novembre; 10 novembre-2 dicembre 19515) lungo il fronte italo-austriaco portano minimi avanzamenti territoriali, ad un prezzo altissimo in termini di vite umane.


1916
- Quinta battaglia  dell'Isonzo (11-19 marzo 1916) Nello stesso anno ne seguiranno altre quattro (4-8 agosto, con la durissima conquista di Gorizia; 14-17 settembre; 9-12 ottobre; 31 ottobre-1 novembre).

- Strafexpedition (spedizione punitiva), conosciuta anche come Battaglia degli Altipiani (15-31 maggio 1916). L'offensiva austro-tedesca, arrestata dalla resistenza italiana 

1917

- agosto, undicesima battaglia dell'Isonzo
- dodicesima battaglia  dell'Isonzo: la disfatta di Caporetto: 24 ottobre 1917 il fronte italiano è sfondato a Caporetto. Notevolissime perdite all'esercito italiano. La linea dei combattimenti retrocede fino al  fiume Piave (la rotta di Caporetto). E' il momento più drammatico per l'Italia di tutto il conflitto.


Il nuovo capo di Stato maggiore, Armando Diaz, sostituisce Cadorna dopo Caporetto
1918
L'offensiva del 1918, fronte italiano

- 24 ottobre, offensiva italiana dal Piave su Vittorio Veneto
- 3 novembre sfondamento su tutto il fronte e ritirata dell'esercito austriaco
- 4 novembre firma della resa senza condizioni (a Villa Giusti, a poca distanza da Padova)



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Dal Patto di Londra all'intervento in guerra dell'Italia

IL PATTO (o TRATTATO) DI LONDRA, 26 APRILE 1915


I Patto fu sottoscritto in gran segreto a Londra il 26 aprile 1915, dai rappresentanti di Italia (ambasciatore Imperiali), Francia, Gran Bretagna e Russia. Dopo molti mesi di neutralità, l'Italia si staccava definitivamente dalla Triplice Alleanza e si impegnava ad entrare in guerra a fianco della Triplice intesa entro trenta giorni, dichiarando guerra all'Austria-Ungheria.

Il testo del trattato (redatto in lingua francese) fu reso pubblico nel 1917 dal governo bolscevico, dopo la presa del potere in Russia, per denunciare la politica imperialista delle potenze.

Il governo italiano aveva avviato trattative con il governo di Vienna dopo l'inizio della guerra per ottenere dei compensi territoriali in cambio della neutralità. Il governo austriaco all'inizio si mostrò poco disponibile al dialogo. Nel marzo 1915 grazie all'intervento di von Bulow, ambasciatore tedesco a Roma, l'Austria fece conoscere la sua disponibilità a discutere la cessione di alcuni territori. Le trattative si arrestarono però quando l'Italia pretese di inserire tra i compensi anche Trieste, città alla quale Vienna non voleva rinunciare.

Il governo italiano, già dal mese di febbraio aveva allacciato trattative con le potenze dell'Intesa, che portarono il 26 aprile 1915 alla firma del Patto di Londra, in base al quale l'Italia si impegnava ad entrare in guerra entro un mese, ottenendo, in caso di vittoria, il Trentino, il sud Tirolo fino al Brennero, Trieste, l'Istria e la città di Valona in Albania.

Questa decisione fu presa da un ristretto gruppo di esponenti del governo, quali Salandra, Sonnino, d'accordo con il re. Giolitti, che godeva dell'appoggio di un consistente numero di parlamentari, fu lasciato all'oscuro delle trattative in corso. Nel maggio 1915 il governo aveva la necessità di ottenere il conferimento di pieni poteri dal Parlamento. Giolitti, che godeva di un ampio consenso alla Camera (come dimostra l'episodio dei biglietti da visita) tentò di opporsi all'intervento in guerra dell'Italia. Contro di lui furono organizzate, con il consenso del governo Salandra-Sonnino, violente manifestazioni di piazza. La Piazza, guidata dai nazionalisti e da Gabriele D'Annunzio rientrato dalla Francia, accusò Giolitti di essere nemico e traditore della patria. Queste manifestazioni furono definite, dalla retorica nazionalista, le  "radiose giornate di maggio". Grazie a queste  manifestazioni  il governo scavalcò la volontà parlamentare.

Quando Giolitti si rese conto che il re aveva preso un impegno con le potenze dell'Intesa preferì ritirarsi, per non aprire una crisi istituzionale e per non mettere in difficoltà la monarchia. Nella seduta (storica e tragica) del 20 maggio 1915 la Camera dei deputati (con l'eccezione dei socialisti) votò convinta o rassegnata il conferimento dei pieni poteri di guerra al governo. Erano presenti in tribuna gli ambasciatori di Francia, Russia e Inghilterra. D'Annunzio fu trascinato in spalla dalla folla.

Il 24 maggio 1915 il governo italiano dichiarò ufficialmente guerra all'Austria.

Pubblichiamo qui in basso alcune fotografie e illustrazioni dei discorsi tenuti da Gabriele d'Annunzio (A Roma e a Quarto, vicino Genova) nelle cosiddette "radiose giornate" del maggio 1915, e una foto della storica seduta della Camera dei Deputati del 20 maggio 1920 che conferì i pieni poteri al governo, sancendo di fatto l'ingresso in guerra dell'Italia.

Sono di seguito riportati 4 importanti documenti storici
1. Il Patto di Londra (26 aprile 1915) con una carta che evidenzia i territori promessi all'Italia dalle potenze dell'Intesa  in caso di vittoria;
2. Il testo della dichiarazione di guerra, presentata al governo asutriaco dal nostro ambasciatore a Vienna (23 maggio 1915);
3. La circolare del ministro degli Esteri Sonnino (Roma, 23 maggio 1915), indirizzata alle rappresentanze diplomatiche, dove si spiegano le ragioni dell'ingresso in guerra;
4. Il Proclama ai soldati di re Vittorio Emanuele III  (24 maggio 1915).





Risultati immagini per d?annunzio maggio 1915
Il discorso di D'Annunzio (17 maggio 1915), ringhiera del Campidoglio

D'Annunzio al Teatro Costanzi di Roma.
D'Annunzio al Teatro Costanzi di Roma (ora teatro dell'Opera) il 14 maggio 1915 
D'Annunzio a Quarto il 5 maggio.
D'Annunzio a Quarto il 5 maggio 1915
Risultati immagini per seduta del 20 maggio 1915
La storica seduta del 20 maggio 1915.
La Camera dei deputati conferisce poteri straordinari di guerra al governo Salandra


Le clausole del trattato
Il trattato prometteva all'Italia, al momento della pace, diversi vantaggi territoriali: il Trentino e il Tirolo cisalpino (ossia la provincia di Bolzano); Trieste, Gorizia e Gradisca; l'Istria fino al Quarnaro, le isole istriane di Cherso, Lussino, e altre piccole isole, abitate prevalentemente da slavi; la provincia di Dalmazia (coste italiane, entroterra abitato da croati) nei limiti amministrativi dell' Impero austro-ungarico, nonché tutte le isole situate a nord e a ovest della provincia; la sovranità sulle isole del Dodecaneso che l'Italia aveva occupato durante la guerra con la Turchia (1912); qualche compenso coloniale nel caso che Francia e Gran Bretagna aumentassero i loro domini a spese della Germania. Il patto non includeva Fiume, per opposizione della Russia. Fu deciso che il Patto sarebbe rimasto segreto.

Il Patto fu negoziato nella presunzione che alla fine della guerra sarebbe rimasto un impero austro-ungarico. Quando i vincitori sedettero al tavolo della pace, l' Austria-Ungheria si era invece dissolta e nell'Adriatico era nato uno Stato nuovo, il Regno dei serbi, croati e sloveni. Le potenze vincitrici ritennero a Versailles che la sovranità della Dalmazia fosse necessaria al nuovo Stato.

Come ha scritto lo storico, ambasciatore ed editorialista Sergio Romano, in un articolo apparso nel 2006 su «Il Corriere della Sera»

«Se la Dalmazia era prevalentemente croata, Fiume invece era in gran parte italiana. Ma il presidente degli Stati Uniti si incaponì e la richiesta della delegazione italiana, guidata da Vittorio Emanuele Orlando e Sidney Sonnino, venne respinta. Il resto, caro Caselli, è una delle pagine più turbolente della nostra storia nazionale. Nel marzo del 1919 Orlando e Sonnino abbandonarono la conferenza della pace nella speranza che un gesto di rottura avrebbe indotto gli Alleati a cambiare opinione. Ma non ottennero nulla e dovettero tornare a Parigi in maggio per non perdere gli altri vantaggi territoriali che la firma del trattato di pace avrebbe garantito al Paese. In Italia, tuttavia, la questione di Fiume divenne il terreno su cui crebbe impetuosamente nei mesi seguenti la teoria della «vittoria mutilata» e della pace tradita. Un poeta, Gabriele D' Annunzio, divenuto in quei mesi il simbolo del nazionalismo frustrato, entrò nella città alla testa di 2500 uomini e ne fece una specie disignoria rinascimentale con qualche tocco socialista, se non addirittura sovietico. Toccò al governo Giolitti, poco più di un anno dopo, tagliare bruscamente il nodo della crisi. Concluse un trattato con la Jugoslavia che riconosceva a Fiume lo statuto di città libera e intimò a D' Annunzio di andarsene. E quando il poeta respinse l' ultimatum, dette ordine al generale Caviglia di passare all' uso delle armi. Le operazioni militari durarono dal 24 al 29 dicembre e provocarono 43 morti. Un proiettile della nave Andrea Doria colpì il cornicione d' una finestra accanto a quella di D' Annunzio. Il poeta e i suoi legionari lasciarono Fiume nei giorni seguenti. Più tardi, nel 1924, Mussolini concluse con la Jugoslavia un nuovo accordo e ottenne che la città passasse all' Italia. Rimase italiana sino alla primavera del 1945 quando venne occupata dalle forze di Tito e incorporata alla Crozia. Fu dunque, caro Caselli, ungherese fino al 1918, dannunziana fino al 1920, libera sino al 1924, italiana sino alla seconda guerra mondiale ma sotto amministrazione militare tedesca fino al 1945, jugoslava fino al 1991; ed è oggi croata».

Territori del confine orientale e dell'Adriatico accordati all'Italia a seguito del Patto di Londra del 26 aprile 1915 
(Trieste, Gorizia, Istria e Dalmazia). Fiume è esclusa.


Si riportano qui gli articoli 4-16 del Patto.


Articolo 4. Secondo il Trattato di Pace, l’Italia dovrà ricevere il Trentino, il Tirolo Cisalpino con il suo confine geografico naturale (la frontiera del Brennero), oltre che Trieste, le contee di Gorizia e Gradisca, tutta l’Istria fino al Quarnaro, comprese Volosca e le isole istriane di Cherso e Lussino, oltre che le piccole isole Plavnik, Unie, Canidole, Palazzuoli, San Pietro di Nembi, Asinello, Gruica, e isolotti vicini. Nota. Il confine necessario ad assicurare che il presente Articolo 4 verrà attuato dovrà essere tracciato come segue: Dal Piz Umbral fino a nord dello Stelvio, dovrà seguire la cima delle Alpi Resie fino alle sorgenti dell’Adige e dell’Eisach, seguendo poi i monti Brennero e Reschen e le alture Oetz e Ziller. Il confine dovrà poi piegare verso sud, attraversare il Monte Toblach e congiungersi all’attuale confine delle Alpi Carniche. Esso dovrà seguire questa linea di frontiera fino al Monte Tarvisio e dal Monte Tarvisio lo spartiacque delle Alpi Giulie attraverso il Passo del Predil, il Monte Mangart, il Tricorno e lo spartiacque dei Passi Podberdo Podlaniscam ed Idria. Da questo punto il confine dovrà seguire una direzione sud-orientale verso lo Schneeberg, lasciando l’intero bacino del Sava e dei suoi affluenti al di fuori del territorio italiano. Dallo Schneeberg il confine dovrà scendere fino alla costa in modo tale da comprendere nel territorio italiano Castua, Mattuglie e Volosca.
Articolo 5. All’Italia dovrà anche essere data la provincia della Dalmazia entro i suoi attuali confini amministrativi, comprese a nord Lisarica e Tribania; a sud fino alla linea che inizia da Capo Planka sulla costa e segue ad est le cime delle alture che formano lo spartiacque, in modo tale da lasciare al territorio italiano tutte le valli ed i fiumi che scorrono verso Sebenico, come ad esempio il Cicola, il Kerka, il Butisnica ed i loro affluenti. Essa dovrà anche avere le isole situate a nord e ad ovest della Dalmazia, da Premuda, Selve, Uldo, Scherda, Maon, Pago e Patadura a nord, fino a Meleda a sud, comprese Sant’Andrea, Busi, Lissa, Lesina, Tercola, Curzola, Cazza e Lagosta, oltre che gli scogli ed isolotti confinanti e Pelagosa, con l’eccezione di Zirona Grande e Piccola, Bua, Solta e Brazza. Dovranno essere territori neutrali: 1) L’intera costa da Capo Planka a nord fino alla base meridionale della Penisola di Sabbioncello a sud, in modo tale da comprendere tutta quanta tale penisola; 2) la parte di costa che inizia a nord in un punto situato a 10 km. a sud del Promontorio di Ragusa Vecchia e che si estende a sud fino al Fiume Voiussa, in modo tale da comprendere il Golfo ed il Porto di Cattaro, Antivari, Dulcigno, San Giovanni di Medua e Durazzo, senza pregiudizio alcuno ai diritti del Montenegro acquisiti sulla base delle dichiarazione redatte tra le Potenze in aprile e maggio del 1909. Poiché tali diritti si applicano solo all’attuale territorio Montenegrino, essi non possono venire estesi a nessun territorio o porto che possa essere assegnato al Montenegro. Pertanto la trasformazione in zona neutrale non potrà essere fatta per nessun tratto della costa ora appartenente al Montenegro. Si dovranno mantenere tutte le restrizioni riguardanti il porto di Antivari che furono accettate dal Montenegro nel 1909; 3) infine, tutte le isole non assegnate all’Italia. Nota. I seguenti territori adriatici dovranno essere assegnati dalle quattro Potenze Alleate alla Croazia, alla Serbia e al Montenegro: nell’Adriatico Settentrionale, l’intera costa dalla Baia di Volosca ai confini dell’Istria fino alla frontiera settentrionale della Dalmazia, compresa la costa che è attualmente ungherese e l’intera costa della Croazia, con il Porto di Fiume ed i piccoli Porti di Novi e Carlopago, oltre che le isole di Veglia, Pervichio, Gregorio, Goli ed Arbe. E, nell’Adriatico meridionale (nella zona che interessa la Serbia e il Montenegro) l’intera costa da Capo Planka fino al Fiume Drina, con gli importanti Porti di SpaIato, Ragusa, Cattaro, Antivari, Dulcigno e San Giovanni di Medua e le Isole Zirona Grande e Piccola, Bua, Solta, Brazza, Jaclian e Calamotta. Il Porto di Durazzo dovrà essere assegnato allo Stato indipendente mussulmano di Albania.
Articolo 6. L’Italia dovrà ricevere piena sovranità su Valona, l’Isola di Saseno ed un territorio circostante sufficiente al fine di assicurare la difesa di questi punti (dal Voiussa a nord e ad est fino circa al confine settentrionale del distretto di Chimara a sud).
Articolo 7. Qualora l’Italia ottenesse il Trentino e l’Istria secondo quanto disposto dall’Articolo 4, assieme alla Dalmazia e le isole dell’Adriatico entro i limiti specificati nell’Articolo 5, e la Baia di Valona (Articolo 6), e se la parte centrale dell’Albania verrà utilizzata per stabilirvi un piccolo stato autonomo e neutrale, l’Italia non dovrà opporsi alla divisione dell’Albania Settentrionale e Meridionale tra il Montenegro, la Serbia e la Grecia, qualora questo fosse il desiderio di Francia, Gran Bretagna e Russia. La costa dal confine meridionale del territorio italiano di Valona (vedi Articolo 6) fino a Capo Stylos, dovrà essere dichiarata neutrale. All’Italia dovrà essere affidato il compito di rappresentare lo Stato d’Albania nelle sue relazioni con le Potenze straniere. L’Italia inoltre accetta di lasciare comunque un territorio sufficientemente ampio ad est dell’Albania al fine di assicurare l’esistenza di una linea di confine tra la Grecia e la Serbia ad ovest del Lago Ochrida.
Articolo 8. L’Italia dovrà ricevere piena sovranità sulle Isole del Dodecanneso che attualmente occupa.
Articolo 9. In generale, la Francia, la Gran Bretagna e la Russia riconoscono che l’Italia è interessata a mantenere un equilibrio di forze nel Mediterraneo e che, nel caso di scissione totale o parziale della Turchia in Asia, essa dovrebbe ottenere un’equa parte della regione del Mediterraneo adiacente alla Provincia di Adalia, dove l’Italia ha già acquisito diritti ed interessi che sono stati l’argomento di una convenzione italo-britannica. La zona che sarà infine assegnata all’Italia dovrà essere delimitata, al momento di farlo, tenendo debitamente conto degli interessi esistenti di Francia e Gran Bretagna. Gli interessi dell’Italia dovranno essere anche presi in considerazione nel caso in cui venga mantenuta l’integrità territoriale dell’Impero Turco e vengano alterate le zone d’interesse delle Potenze. Se la Francia, la Gran Bretagna e la Russia occuperanno qualsiasi territorio turco in Asia nel corso della guerra, la regione mediterranea che confina con la Provincia di Adalia entro i limiti indicati sopra dovrà essere riservata all’Italia, che avrà diritto ad occuparla.
Articolo 10. Tutti i diritti ed i privilegi in Libia attualmente di pertinenza del Sultano vengono trasferiti all’Italia in virtù del Trattato di Losanna.
Articolo 11. L’Italia dovrà ricevere una quota di ogni indennizzo di guerra in misura proporzionale ai suoi sforzi ed ai suoi sacrifici.
Articolo 12. L’Italia dichiara di associarsi alla dichiarazione fatta da Francia, Gran Bretagna e Russia nel senso che l’Arabia ed i Luoghi Santi mussulmani in Arabia dovranno essere lasciati sotto l’autorità di una Potenza mussulmana indipendente.
Articolo 13. Qualora la Francia e la Gran Bretagna aumentassero i propri possedimenti coloniali in Africa a spese della Germania, le due Potenze sono in linea di principio d’accordo che l’Italia può richiedere equo compenso, soprattutto per quanto riguarda la soluzione a suo favore delle questioni relative alle frontiere delle colonie italiane in Eritrea, Somalia e Libia, e le colonie vicine che appartengono alla Francia e alla Gran Bretagna.
Articolo 14. La Gran Bretagna si impegna a facilitare l’immediata conclusione, sulla base di condizioni eque, di un prestito di almeno 50.000.000 di sterline che dovrà essere emesso sul mercato londinese.
Articolo 15. La Francia, la Gran Bretagna e la Russia sosterranno qualsiasi opposizione l’Italia farà a qualsiasi proposta diretta a far partecipare un rappresentante della Santa Sede in qualsiasi negoziato di pace o negoziato volto a risolvere le questioni derivanti dall’attuale guerra.
Articolo 16. Questo accordo verrà mantenuto segreto. L’adesione dell’Italia alla dichiarazione del 5 settembre 1914 dovrà essere resa pubblica solo subito dopo che venga dichiarata guerra da o contro l’Italia. Dopo aver preso atto del memorandum di cui sopra, i rappresentanti di Francia, Gran Bretagna e Russia, debitamente autorizzati in questo senso, hanno raggiunto il seguente accordo con il rappresentante dell’Italia, anch’egli debitamente autorizzato dal suo Governo: Francia, Gran Bretagna e Russia danno il loro pieno assenso al memorandum presentato dal Governo italiano. In riferimento agli Articoli 1, 2 e 3 del memorandum, che prevedono cooperazione militare e navale tra le quattro Potenze, l’Italia dichiara che scenderà in campo quanto prima possibile e comunque entro un periodo non superiore ad un mese dalla firma di questo documento. In fede di quanto sopra i sottoscritti hanno firmato il presente accordo e vi hanno apposto i propri sigilli.
Fatto a Londra, in quadruplice copia, il 26 aprile 1915.







LA DICHIARAZIONE DI GUERRA ALL' AUSTRIA

Vienna, 23 maggio 1915

Secondo le istruzioni ricevute da S. M. il Re suo augusto Sovrano, il sottoscritto ha l'onore di partecipare a S. E. il Ministro degli Esteri d'Austria-Ungheria la seguente dichiarazione:

Già il 4 del mese di maggio vennero comunicati al Governo Imperiale e Reale i motivi per i quali l'Italia, fiduciosa del suo buon diritto, ha considerato decaduto il Trattato d'Alleanza con l'Austria-Ungheria, che fu violato dal Governo Imperiale e Reale; lo ha dichiarato per l'avvenire nullo e senza effetto ed ha ripreso la sua libertà d'azione.

Il Governo del Re, fermamente deciso di assicurare con tutti i mezzi a sua disposizione la difesa dei diritti e degl'interessi ita­liani, non trascurerà il suo dovere di prendere contro qualunque minaccia presente e futura quelle misure che vengano imposte dagli avvenimenti per realizzare le aspirazioni nazionali.

S. M. il Re dichiara che l'Italia si considera in istato di guerra con l'Austria-Ungheria da domani.
Il sottoscritto ha l'onore di comunicare nello stesso tempo a S. E. il Ministro degli Esteri austro-ungarico che i passaporti ven­gono oggi consegnati all'Ambasciatore Imperiale e Reale, a Roma.

Sarà grato se vorrà provvedere a fargli consegnare i suoi.

Duca D’Avarna
  


IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SONNINO, A TUTTE LE RAPPRESENTANZE DIPLOMATICHE


T. CIRCOLARE 319.          
Roma, 23 maggio 1915.

Il carattere eminentemente conservativo e difensivo della Triplice Alleanza risulta evidente dalla lettera e dallo spirito del Trattato e dalle intenzioni chiaramente manifestate e consacrate in atti ufficiali dei Ministri che fonda­rono l'alleanza e ne curarono i rinnovamenti. Agli intenti di pace si è co­stantemente ispirata la politica italiana.

Provocando la guerra europea, respingendo la risposta remissiva della Serbia, che dava all'Austria-Ungheria tutte le soddisfazioni che essa poteva legittimamente chiedere, rifiutando di dare ascolto alle proposte conciliative che l'Italia aveva presentato insieme ad altre Potenze, nell'intento di preser­vare l'Europa da un immane conflitto, che avrebbe sparso sangue ed accumulato rovine in proporzioni mai vedute e neppure immaginate, l'Austria-Ungheria lacerò colle sue stesse mani il patto d'alleanza coll'Italia, il quale, fino a che era stato lealmente interpretato, non come strumento d'aggressione, ma solo come difesa contro possibili aggressioni altrui, aveva validamente contribuito ad eliminare le occasioni e comporre le ragioni di conflitto e ad assicurare ai popoli per molti anni i benefici inestimabili della pace.

L'articolo primo del Trattato consacrava una norma logica e generale di qualsiasi patto di alleanza, cioè l'impegno di « procedere ad uno scambio d'idee sulle questioni politiche ed economiche di natura generale che potessero presentarsi ». Ne derivava che nessuno dei contraenti era libero di intraprendere, senza previo comune concerto, un'azione le cui conseguenze potessero produrre agli altri alcun obbligo contemplato dall'alleanza o comun­que toccare i loro più importanti interessi.

A questo dovere contravvenne l'Austria-Ungheria coll'invio alla Serbia della sua Nota in data 23 luglio 1914 senza previo concerto coll'Italia. L'Au­stria-Ungheria violò così indiscutibilmente, in una delle sue clausole fonda­mentali, il trattato.

Tanto maggiore era l'obbligo dell'Austria-Ungheria di previamente con­certarsi con l'Italia, in quanto dalla sua azione intransigente contro la Serbia derivava una situazione direttamente tendente a provocare una guerra europea. E sino dal principio del luglio 1914 il R. Governo, preoccupato dalle tendenze prevalenti di Vienna, aveva fatto giungere al Governo I. e R. ripe­tuti consigli di moderazione ed avvertimenti sugli incombenti pericoli di ca­rattere europeo.

L'azione intrapresa dall'Austria-Ungheria contro la Serbia era inoltre di­rettamente lesiva degli interessi generali italiani, politici ed economici, nella penisola balcanica.

Non era lecito all'Austria pensare che l'Italia potesse restare indifferente alla menomazione della indipendenza serba. Non erano mancati a questo pro­posito i nostri moniti. Da molto tempo l'Italia aveva più volte in termini amichevoli ma chiari avvertito l'Austria-Ungheria che l'indipendenza della Ser­bia era considerata dall'Italia come elemento essenziale dell'equilibrio balca­nico, che l'Italia stessa non avrebbe mai potuto ammettere fosse turbato a suo danno. Né ciò avevano detto soltanto nei privati colloqui i suoi diplomatici, ma dalla tribuna parlamentare lo avevano altamente e pubblicamente procla­mato i suoi uomini di Stato.

L'Austria dunque, aggredendo la Serbia, con un ultimatum non preceduto, con disdegno di ogni consuetudine, da qualsiasi mossa diplomatica verso di noi, e preparato nell'ombra, con sì gelosa cura di tenerlo celato all'Italia, che ne avemmo notizia, insieme al pubblico, dalle agenzie telegrafiche, prima che per via diplomatica, si pose non solo fuori dell'Alleanza dell'Italia ma si eresse a nemica degli interessi italiani.

Risultava infatti al R. Governo, per sicure notizie, che tutto il complesso programma di azione dell'Austria-Ungheria nei Balcani portava ad una gra­vissima diminuzione politica ed economica dell'Italia, perché a ciò conduce­vano, direttamente ed indirettamente l'asservimento della Serbia, l'isolamento politico e territoriale del Montenegro, l'isolamento e la decadenza politica della Romania.

Questa diminuzione dell'Italia nei Balcani si sarebbe verificata anche am­mettendo che l'Austria -Ungheria non avesse avuto proposito di compiere nuovi acquisti territoriali.

Giova osservare che il Governo austro-ungarico aveva esplicito obbligo di previamente concertarsi coll'Italia, in forza di uno speciale articolo (7) del Trattato della Triplice Alleanza, che stabiliva il vincolo dell'accordo preventivo ed il diritto a compensi fra gli alleati in caso di occupazioni temporanee o permanenti nella regione dei Balcani.

In proposito il R. Governo iniziò conversazioni col Governo I. e R. sino dall'apertura delle ostilità austro-ungariche contro la Serbia, ritraendo, dopo qualche riluttanza, una adesione di massima.

Queste conversazioni erano state iniziate subito dopo il 23 luglio allo sco­po di rendere al trattato, violato e quindi annullato per opera dell'Austria-Ungheria, un nuovo elemento di vita, quale poteva derivargli soltanto da nuovi accordi.

Le conversazioni furono riprese con più precisi intenti nel mese di dicembre 1914.

Il R. Ambasciatore a Vienna ebbe allora istruzioni di far conoscere al conte Berchtold che il Governo italiano riteneva necessario procedere senza alcun ritardo ad uno scambio di idee e quindi ad un concreto negoziato col Governo I. e R. circa la situazione complessa derivante dal conflitto provocato dall'Austria-Ungheria.

Il conte Berchtold rispose dapprima con ripulse, concludendo non ritenere fosse il caso di venire per allora ad un tale negoziato.

Ma, in seguito alle nostre repliche, alle quali si associò il Governo germanico, il Conte Berchtold fece poi conoscere di essere disposto a entrare nello scambio di idee da noi proposto.

Esprimemmo allora subito un lato fondamentale del nostro punto di vista. E cioè dichiarammo che i compensi contemplati, sui quali doveva intervenire l'accordo, dovevano riflettere territori trovantisi sotto il dominio attuale del­l'Austria-Ungheria.

Le discussioni proseguirono per mesi, dai primi di dicembre al marzo, solamente alla fine di marzo dal barone Buriàn ci venne offerta una zona di ter­ritorio compresa in limiti lievemente a nord della città di Trento.

Per questa cessione il Governo austro-ungarico ci richiedeva a sua volta numerosi impegni a suo favore, fra cui piena ed intera libertà di azione nei Balcani.

È da notarsi che la cessione del territorio nel Trentino non doveva, nel pen­siero del Governo austro-ungarico, effettuarsi immediatamente, secondo noi chiedevamo, ma solamente alla fine dell'attuale conflitto.

Rispondemmo che l'offerta non poteva soddisfarci, e formulammo il mini­mo delle cessioni che potevano corrispondere, in parte, alle nostre aspirazioni nazionali, migliorando equamente la nostra situazione strategica nell'Adriatico.

Tali richieste comprendevano un confine più ampio nel Trentino, un nuovo confine sull'Isonzo, una situazione speciale per Trieste, la cessione di alcune isole dell'Arcipelago Curzolari, il disinteresse dell'Austria nell'Albania ed il riconoscimento dei nostri possessi di Valona e del Dodecanneso.

Alle nostre richieste furono opposti dapprima dinieghi categorici. Solo dopo un altro mese di conversazioni l'Austria-Ungheria si indusse ad aumentare la zona di territorio da cedere nel Trentino limitandola a Mezzolombardo, ma escludendo territori italiani come un lato intero della Vallata del Noce, Val di Fassa e Val di Ampezzo e lasciandoci una linea non rispondente nemmeno a scopi strategici.

Restava poi sempre fermo il Governo austriaco nel negare qualsiasi effet­tuazione di cessione prima del termine della guerra.

I ripetuti dinieghi dell'Austria-Ungheria risultarono esplicitamente confermati in un colloquio che il barone Buriàn tenne col R. Ambasciatore a Vienna il 29 aprile u. s. nel quale risultò che il Governo austro-ungarico pur ammettendo la possibilità di riconoscimento di qualche nostro prevalente interesse a Valona e l'anzidetta cessione territoriale nel Trentino, persisteva a pronunciarsi in modo negativo circa tutte le altre nostre richieste e precisa­mente circa quelle che riguardavano la linea dell'Isonzo, Trieste e le isole.

Dall'atteggiamento seguito dall'Austria-Ungheria dai primi di dicembre alla fine di aprile risultava chiaro il suo sforzo dì temporeggiare senza venire ad una pratica conclusione.

In queste condizioni l'Italia si trovava di fronte al pericolo che ogni sua aspirazione, avente base nella tradizione, nella nazionalità e nel suo desiderio di sicurezza nell'Adriatico, si perdesse per sempre; mentre altre contingenze del conflitto europeo minacciavano i suoi maggiori interessi in altri mari. Da ciò derivava all'Italia la necessità e il dovere di riprendere la sua libertà di azione cui aveva diritto e di ricercare la tutela dei suoi interessi all'infuori dei negoziati condotti inutilmente per cinque mesi ed all'infuori di quel patto d'al­leanza che per opera dell'Austria-Ungheria era virtualmente cessato sino dal luglio 1914.

Non sarà fuori di luogo osservare che cessata l'Alleanza è cessata la ragione della acquiescenza determinata per tanti anni nel popolo italiano dal deside­rio sincero della pace, mentre rivivono ora le ragioni della condoglianza per tanto tempo volontariamente repressa per il trattamento al quale le popola­zioni italiane in Austria furono assoggettate.

Patti formali a tutela della nostra lingua della tradizione e della civiltà italiana nelle regioni abitate dai nostri connazionali sudditi della Monarchia non esistevano nel trattato. Ma quando all'Alleanza si fosse voluto dare un contenuto di pace e di armonia sincera, appariva incontestabile l'obbligo morale dell'alleato di tener in debito conto, anzi di rispettare con ogni scrupolo, il nostro vitale interesse costituito dall'equilibrio etnico nell'Adriatico.

Invece la costante politica del Governo austro-ungarico mirò per lunghi anni alla distruzione della nazionalità e della civiltà italiana lungo le coste dell'Adriatico. Basterà qualche sommaria citazione di fatti e di tendenze ad ognuno già troppo noti: sostituzione progressiva dei funzionarii di razza italiana con funzionari di altra nazionalità; immigrazione artificiosa di centinaia di famiglie di nazionalità diversa; assunzione, a Trieste, di cooperative di braccianti estranei; decreti Hohenlohe diretti ad escludere dal Comune di Trieste e dalle industrie del Comune gli impiegati regnicoli; snazionalizzazione dei principali servizi del Comune di Trieste e diminuzione delle attribuzioni municipali; ostacoli di ogni sorta alla istituzione di nuove scuole nazionali; regolamento elettorale con tendenza anti-italiana; snazionalizzazione dell'Amministrazione giudiziaria; la questione dell'Università, che formò pure oggetto di trattative diplomatiche; snazionalizzazione delle Compagnie di navigazione; azione di polizia e processi politici tendenti a favorire le altre nazionalità a danno di quella italiana; espulsioni metodiche, ingiustificate e sempre più numerose di regnicoli.

La costante politica del Governo I. e R. riguardo alle popolazioni italiane soggette, non fu unicamente dovuta a ragioni interne ma attinenti al giuoco delle varie nazionalità contrastanti nella Monarchia. Essa invece appare inspirata in gran parte da un intimo sentimento di ostilità e di avversione riguardo all'Italia dominante in alcuni circoli, più vicini al Governo austro-ungarico ed aventi una determinante influenza sulle decisioni di questo. Fra i tanti indizi che si possono citare basterà ricordare che nel 1911, mentre l'Italia era impegnata nella guerra contro la Turchia, lo Stato Maggiore a Vienna si apparecchiava intensivamente ad una aggressione contro di noi e il partito mi­litare proseguiva attivissimo il lavoro politico inteso a trascinare gli altri fattori responsabili della Monarchia. Contemporaneamente gli armamenti alla nostra frontiera assumevano carattere prettamente offensivo. La crisi fu sì risoluta in senso pacifico, per l'influenza, a quanto si può supporre, di fattori estranei; ma da quel tempo siamo rimasti sempre sotto impressione di una possibile inattesa minaccia armata quando, per cause accidentali, prendesse sopravvento a Vienna il partito a noi ostile.

Tutto questo era noto all'Italia ma, come si disse più sopra, il sincero desi­derio della pace prevalse nel popolo italiano.

Nelle nuove circostanze l'Italia cercò di vedere, se e quanto, anche per tale riguardo, fosse possibile dare al suo patto coll'Austria Ungheria una base più solida ed una garanzia più duratura. Ma i suoi sforzi condotti per tanti mesi, in costante accordo con la Germania, che venne, con ciò, a riconoscere la legittimità dei negoziati, riuscirono vani. Onde l'Italia si è trovata costretta, dal corso degli eventi, a cercare altre soluzioni.

E poiché il patto dell'alleanza con l'Austria-Ungheria aveva già cessato virtualmente di esistere e non serviva ormai più che a dissimulare la realtà di sospetti continui e di quotidiani contrasti, il R. Ambasciatore a Vienna fu incaricato di dichiarare al Governo austro-ungarico che il Governo italiano era sciolto da ogni suo vincolo decorrente dal Trattato della Triplice Alleanza nei riguardi dell'Austria-Ungheria.

Tale comunicazione fu fatta a Vienna il 4 maggio.

Successivamente a tale nostra dichiarazione e dopo che noi avevamo già dovuto provvedere alla legittima tutela dei nostri interessi, il Governo I. e R. presentò nuove offerte di concessioni, insufficienti in sé, e nemmeno cor­rispondenti al minimo delle nostre antiche proposte; offerte che, ad ogni modo, non potevano più essere da noi accolte.

Il R. Governo tenuto conto di quanto è sopra esposto, confortato dai voti del Parlamento e dalle solenni manifestazioni del Paese, ha deliberato di rom­pere gli indugi ed ha dichiarato oggi stesso in nome del Re all'Ambasciatore austro-ungarico a Roma di considerarsi da domani, 24 maggio, in stato di guerra con l'Austria-Ungheria.

Ordini analoghi sono stati telegrafati ieri al R. Ambasciatore a Vienna.

Prego V. E. di render noto quanto precede a codesto Governo.



IL PROCLAMA DEL RE

Soldati di Terra e di Mare

L'ora solenne delle rivendicazioni nazionali è suonata. Seguendo l'esempio del mio Grande Avo, assumo oggi il comando supremo delle forze di terra e di mare con sicura fede nella vittoria, che il vostro valore, la vostra abnegazione, la vostra disciplina sapranno conseguire.

Il nemico che vi accingete a combattere è agguerrito e degno di voi. Favorito dal terreno e dai sapienti apprestamenti dell'arte, egli vi opporrà tenace resistenza, ma il vostro indomito slancio saprà di certo superarlo.

A voi la gloria di piantare il tricolore d'Italia sui termini sacri che la natura pose ai confini della Patria nostra. A voi la gloria di compiere, finalmente, l'opera con tanto eroismo iniziata dai nostri padri.


Gran Quartiere Generale, 24 maggio 1915.